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  Introduzione - a cura di Nicola Tanda (1987)

Inaugura questa collana il romanzo di Benvenuto Lobina, Po Cantu Biddanoa, scritto in una delle varietà della lingua sarda, il campidanese, riscritto in italiano e stampato con testo a fronte.

L'opera è una conferma del bilinguismo dell'autore ma anche dell'assunto che chi conosce l'uso poetico e letterario di una lingua può mettere a profitto questo suo "sapere" nelle lingue che conosce. E tanto più e tanto meglio nella lingua parlata fin dall'infanzia, la lingua materna, quella della propria comunità che, per quanto piccola, per quanto Villanova appunto, postula l'universo.

Lobina è approdato al romanzo dopo una lunga esperienza, più che cinquantennale, di poesia. Ha compiuto il suo esordio a Cagliari, negli anni trenta, in versi italiani rimati prima, liberi poi, sempre più liberi sull'esempio delle sperimentazioni del secondo Futurismo. Ma dopo il silenzio degli anni di guerra, negli anni cinquanta, ha scoperto la sua vera vocazione leggendo le pagine di "S'ischiglia", la rivista di letteratura sarda di Angelo Dettori, e partecipando come poeta in lingua sarda al "Premio Ozieri" negli anni sessanta.

Il nucleo tematico che dà linfa ai suoi versi è anche all'origine della sua esperienza narrativa, la persistente affabulazione memoriale con le ombre salde del suo paese.

Egli ha applicato al campidanese l'esperienza acquisita frequentando, a suo modo, le avanguardie; ha applicato cioè i procedimenti formali e stilistici della lirica moderna post-simbolista, dal Futurismo al surrealismo di Lorca e dei poeti ispano-americani. Più congeniale ai procedimenti metaforici e analogici della lirica popolare sarda, il surrealismo ha consentito di individuare e servire meglio il suo destinatario che parla il suo campidanese del Sarcidano.

Dalla poesia al romanzo il salto è stato agevole. Vi è giunto dietro sollecitazione degli amici, ma anche seguendo un percorso del tutto naturale: l'esigenza di raccontare distesamente e con più rilievo le vicende del suo affascinante paese.

Un paese che ha finito per rassomigliare sempre meno a se stesso e sempre di più all'immagine che egli ne custodiva nella memoria.

Quel paese che prima aveva dato ali ai versi, cresciuto nella fantasia, le ha date ora al racconto.

Superata ogni iniziale titubanza, la narrazione si è illimpidita attraverso i filtri di procedimenti sempre più colti e, a mano a mano che il narrato rispondeva al disegno, la scrittura si è fatta disinvolta e narrativamente più libera. Il narratore impiega la terza persona, interviene direttamente nel testo, apostrofa i personaggi, adopera l'intervista e interloquisce, riporta lettere e documenti, materiali che sono utili al progresso del racconto ma che continuamente contraddicono e mettono in crisi, con l'ironia involontaria che si sprigiona, il processo di acculturazione dei personaggi. I modi affabulatori della narrazione orale si alternano a quelli della rievocazione intensamente lirica, il discorso diretto a quello indiretto, l'enunciazione descrittiva e documentaria al monologo fantasioso e surreale.

Lobina narratore impiega un campidanese unificato che risponde in parte alla sua esperienza letteraria e poetica, in parte ad una koiné modellata sull'uso di una comunità più larga con accesso alla ricchezza metaforica propria della elaborazione popolare. Nella parlata più stretta di Villanova Tulo nel Sarcidano, articolata per fasce diacroniche, arcaica o recente in rapporto all'età, si esprimono invece i personaggi.

L'italiano della riscrittura risente di una leggera coloritura regionale quando la voce è del narratore, interferisce invece col sardo negli altri casi e lascia affiorare nel tessuto narrativo un italiano che è lingua di inappartenenza, talora con involontari effetti di ironia, quasi a connotare meglio i piani narrativi e i registri linguistici che attraversano il sistema dei personaggi.

Se il romanzo in genere, come dice Bachtin, è un sistema di lingue ed organizza artisticamente non solo la pluridiscorsività sociale ma a volte il plurilinguismo e la plurivocità individuale, incarnandola appunto in figure, quest'opera, per il plurilinguismo di superficie e per quello soggiacente, ne è a un tempo un esempio e una testimonianza.

La scansione temporale è solitamente intrecciata, proprio come nella memoria popolare, al tema della guerra. Non a caso il santo patrono di Villanova è un guerriero, San Giuliano.

Un posto di rilievo occupa la grande guerra del '15-'18 che ha visto, insieme ai sardi, le popolazioni delle varie regioni storiche che formavano l'Italia postunitaria partecipare ad una esperienza nazionale. Protagonista e simbolo di questa guerra è Emilio Lussu e Luisicu, suo aiutante di battaglia, ne è a Villanova il corrispettivo e l'emblema. La sua intelligenza e la sua cultura contadina, il suo coraggio e la fierezza della propria identità riscattano la sua subalternità e ne fanno un protagonista e un eroe.

Ma il suo ritorno, come quello di tutti gli umili combattenti italiani, rivela la provvisorietà di quei risultati. Non conferma infatti ne produce quel mutamento che essi si aspettavano e per il quale si erano battuti. Col coraggio col quale saltavano fuori della trincea devono ora affrontare la quotidiana lotta della vita mentre l'eccezionalità di quel momento si ingigantisce e sfuma nella nebbia del ricordo.

Un'anacronia, introdotta dal racconto del centenario Tiu Arrotulu, rende attuale per il lettore la guerra di Crimea, un periodo leggendario che vede a Villanova l'arrivo di Gustavo, fratello di Cavour, insieme al conte Beltrami, a Marracini e Cignoni che fanno scempio di alberi secolari e rendono memorabile la cosiddetta guerra dei boschi.

Centrale risulta nella narrazione il periodo del dopoguerra e del Fascismo. Luisicu e Su Maistu ne sono i protagonisti e nello sfondo ancora Lussu, Bellieni, Pili e poi Gandolfo e Dinale. Il legame patriottico che aveva unito i combattenti, ora strumentalizzato, lascia posto ad un legame di fede sempre più estraneo ai loro reali interessi e produce una integrazione solo apparente di queste classi subalterne nello Stato.

La piccola borghesia, rappresentata da Su Maistu, amministra il dopo-guerra e costituisce la base di consenso al regime; in nome del popolo si amministrano gli interessi dei proprietari e si angariano i poveri. Il fastidio prima e poi l'insofferenza culminano nella sommossa: promesse non mantenute e imposizioni fiscali penalizzano contadini e pastori, li inducono a gesti drammatici o di aperta ribellione. Protagonisti della reazione dell'intero paese sono, assieme a Luisicu e a Sinzula, che è personaggio storico, e perciò introdotto mediante un'intervista con Amendola, tutto un coro di personaggi minori da Tiu Perantoni a Tia Angiullina, al banditore sciancato Debolezza al suo cane Lioni.

La guerra d'Africa costituisce un tempo intermedio tra la prima e la seconda guerra mondiale. Una guerra coloniale anacronistica combattuta per giunta anche contro la popolazione inerme con l'inaudita crudeltà dei gas tossici. La racconta il figlio di Su Buttegheri che l'ha vissuta in prima persona. Egli fa parte della nuova generazione insieme a Ninnu e Millieddu, figli di Luisicu e protagonisti delle prime avvisaglie della seconda guerra mondiale. Essi raccontano e rendono percepibile al lettore la fine di ogni residua illusione dei giovani del littorio e preparano lo sciogliersi drammaticamente intenso della narrazione.

Il tempo del romanzo rinvia perciò costantemente e più in generale al tempo storico. I racconti dei fatti vissuti dalle diverse generazioni, avvicendandosi sul palcoscenico della piazzetta si connettono tra loro in un disegno più largo: schegge e frammenti di vissuti individuali riflettono vicende più generali e universali, la microstoria appunto diventa storia.

"Per quanto Biddanoa fosse un paese sonnacchioso, pigro, senza alcuna voglia di mettersi al passo con gli altri paesi, Biddanoa era in Sardegna, e la Sardegna, ci piaccia o no, è Italia. Per questo di tutto ciò che accadeva in Italia qualche spruzzo arrivava anche a Biddanoa".

Biddanoa è quindi al centro della narrazione e affiora dalla memoria dell'intera collettività di cui è interprete il narratore. Egli estrae dal proprio vissuto le tessere che compongono il grande mosaico che comprende personaggi e luoghi.

I personaggi replicano nello spazio teatrale di Sa Prazzitta le vicende del passato e del presente; e i luoghi si dispongono allargandosi a cerchio intorno all'ombelico della piazza, il municipio, la stazione, le strade, la vallata, il Flumendosa solenne come un 'antica divinità fluviale e intorno la campagna, il colle di Santu Serbestianu, Stuppara, Cuccuru 'e Callia. La nominazione dei luoghi, Figus Nieddas, Is Arenadas, Tacchenurri, Guntruxoni, Pranu 'e Crastus, Parti 'e Sàdili, Is Serras, Su Forraxi... puro materiale fonico evoca con i suoni inusitati e barbarici la mappa di un territorio che vive nella memoria del poeta e già alludono a un'antiepopea di personaggi minori, eroi di una guerra minore, quella diuturna della sopravvivenza, una guerra quotidiana che dura da millenni. Quest'aura da epica popolare, senza tempo, il lettore l'avverte appena s'inerpica dalla stazione verso il paese rimasto uguale nel tempo, immobile e sonnolento con le sue case di pietra. poco disponibile alle novità che giungono sulla ferrovia. Appollaiato sul declivo della montagna. ancora isolato dal mondo nel periodo che precede la grande guerra, lontano da un potere che neanche nel periodo feudale vi ha costruito palazzi e introdotto rituali. Completamente abbandonato a se stesso e alla sua cultura, lo Stato vi giunge e sifa sentire in occasione di reclutamenti e imposizioni fiscali, è un microcosmo che nella memoria del poeta diventa luogo dell'esistenza in assoluto. La vita vi è osservata col rispetto e l'amore che si conviene allo sguardo onnisciente del narratore, sollecito verso ogni creatura che soffra l'inesorabile male dell'esistenza.

L'impianto orale della narrazione è affidato alla voce dell'io narrante che ha udito e conosce le vicende del paese e nella piazzetta il paese coralmente partecipa alla vita di tutti. Qui le vicende di ciascuno acquistano un significato sociale e vengono connotate in positivo o negativo, e trovano un 'eco di gloria o di riprovazione. Anche il banditore Debolezza può trovarvi la sua giornata di gloria grazie al suo cane Lioni che con straordinario coraggio affronta un toro infuriato e grazie all'amore con cui egli contraccambia la sua dedizione curandolo e salvandolo dalla morte.

Il sistema dei personaggi è attraversato da distinzioni e opposizioni che segnalano differenti punti di vista e diversi piani narrativi e registri linguistici.

Quello dell'io narrante coincide con quello del narratore e talvolta di Luisicu. Intorno a Luisicu gravita un coro di personaggi popolari da Elias a Federicu a Ogeniu a Sara a Sinzula e poi Debolezza, Tiu Frori, Tiu Arrotulu, Tiu Perantoni e così via. In opposizione a questi stanno Su Maistu e Sa Maista, i proprietari e i loro generi, i marescialli. Lussu segna 10 spartiacque tra loro e tra Bellieni e Pili che rappresentano i due volti del sardismo: quello che mira ad una integrazione nello stato nazionale che possa realizzare un processo autonomo di crescita e quello che mira ad un modo solo apparentemente democratico di governare e quindi più disponibile al Fascismo. In questo sistema rientrano i fascisti e gli oppositori, i colonizzatori fascisti e i colonizzati abissini che il figlio di Su Buttegheri, alter ego dell'io narrante, scopre dolorosamente suoi simili proprio nella piazzetta. A questa opposizione obbediscono anche i santi, quelli sardi rozzamente scolpiti nel legno come Giulianu, Luxia, Antoni, Sidoru, Serbestianu, Giuanni Battista, quelli continentali modellati in carta pesta, paffuti e coloriti, con tanto di periodici che divulgano i loro miracoli come Sant'Antonio da Padova e la Madonna della Guardia di Genova; capaci di pochi e piccoli miracoli i primi e di grandi e celebrati miracoli i secondi.

Vi rientrano anche le associazioni, quelle nuove dei combattenti e delle famiglie dei caduti, introdotte da Su Maistu, e le vecchie associazioni religiose, care al popolo deifedeli, delle Figlie di Maria, del Cuore di Gesù e della Confraternita della Santa Croce.

Perfino i cani rientrano in questo sistema di opposizioni. I cani signori, cani da caccia con nomi stranieri come Ali, Fido, Tripoli, Dora e gli altri, i cani dei contadini e dei pastori, chiamati con nomi a dispetto come Traitori, Preizzosu, Pipiolu...

Una divaricazione che non demarca bene e male, valore e disvalore ma le insanabili contraddizioni della vita, l'incapacità di stare nel giusto, di comprendere e difarsi una ragione della vita, di essere vili o coraggiosi, vittime o carnefici invece che testimoni di una condizione esistenziale dolorosa e drammatica.
Nicola Tanda